10/08/2026
BCC Veneta: «La fiducia alla base anche delle scelte culturali»

Foto Presidente Piva 67 colonne

Cooperativa, mutualistica, di comunità. Sono i segni particolari di BCC Veneta, la banca di credito cooperativo con radici in una terra a sua volta vocata alla solidarietà e pertanto ad accoglierne i valori. Valori che, sempre andando all’origine dei significati (cooperazione, vicinanza al territorio…) «da noi sostenuta sin dalla prima ora», ricorda Flavio Piva, presidente del Consiglio di Amministrazione, che ci porta ancora più dentro il senso della collaborazione con Fondazione Arena e della natura delle banche del gruppo.

“Fiducia” è la parola scelta dalla Treccani per il 2026 che ispira questa edizione di 67 colonne per l’Arena. In BCC Veneta come viene interpretata?

Se pensiamo al fatto che una delle attività principali del mondo bancario è fare credito (a persone e imprese), o come si diceva più spesso un tempo «fare un fido», cosa che rimanda proprio alla radice etimologica di fiducia – si capisce che alla base di tutto c’è a prescindere il rapporto fiduciario.

Se poi applichiamo il concetto al credito cooperativo nello specifico, questo è ancora più evidente e importante. Prima del rapporto economico, infatti, per noi c’è il rapporto con le persone, alle quali per prime diamo fiducia. Fiducia contraccambiata in maniera esponenziale, devo dire, in quanto nei territori in cui opera, ossia Verona, Vicenza, Padova, BCC Veneta ha già superato i 30mila soci. Il secondo livello in cui esprimiamo questo valore è nei confronti dei progetti culturali a beneficio del territorio. Motivo per cui da subito abbiamo aderito alle “67 colonne per l’Arena”, che tuttora sosteniamo, scendendo al fianco anche di altre numerose iniziative che attraverso la promozione delle arti in tutte le loro forme, di fatto promuovono – eccoci di nuovo al punto di partenza – la comunità. Il patrimonio immateriale in cui investiamo come banca di credito cooperativo è fatto dunque di consulenza, assistenza, e vicinanza alle persone.  

Lo scenario attuale, però, può mettere a dura prova la fiducia in persone e mercati. Come ovviare a tale rischio, specie in un ambito caratterizzato da frequenti contingenze?

Parliamo di un ambito nel quale, nel momento in cui diamo credito a un genitore che vuol far studiare il figlio, a una impresa che vuole avviare o ampliare l’attività, e via dicendo, da un lato diamo piena attuazione ai principi del credito cooperativo, dall’altro ci esponiamo a dei rischi. C’è poi da dire che, come banca, dobbiamo muoverci nel perimetro di una normativa europea abbastanza stringente, ma uno dei nostri compiti è proprio quello di cercare soluzioni innovative in risposta ai tempi e ai mercati attuali. A nostro vantaggio abbiamo il principio della trasparenza, che sta nell’informare ogni socio di ogni singola decisione e operazione.

Aderire al progetto di mecenatismo diffuso lanciato anni fa da Fondazione Arena e Gruppo Athesis, lo abbiamo in parte anticipato, implica a sua volta un atto di fiducia. A distanza di tempo cosa vi convince, ancora?

Io personalmente ne ero già a conoscenza quando sedevo nel Consiglio di amministrazione della stessa fondazione. È una iniziativa che ho visto letteralmente nascere e di cui mi sono subito innamorato. Successivamente è stato naturale adottarla anche dall’interno della banca. “67 Colonne per l’Arena” ha incrementato la mia consapevolezza su cosa significhi l’Arena per Verona. Se la guardassimo da fuori come chi arriva da lontano ne vedremo chiaramente la straordinarietà. È un bene pubblico di valore inestimabile, che va sostenuto. La cultura è infatti un fattore generativo e trasformativo, che arriva a tutti tramite un linguaggio universale e proprio in questo momento di fragilità degli equilibri mondiali può aiutarci a vedere oltre e a sperare in un futuro diverso. Molto bella, poi, l’idea di una pluralità di colonne, di imprenditori e persone che tutte assieme sostengono qualcosa di grande e grandioso, che singolarmente non potremmo reggere.

Piva, lei ha partecipato alla Prima in Arena? Cosa si è portato a casa?

Assolutamente sì. La prima dell’Opera Arena Festival 2026 è stata la conferma –dopo ormai tanti anni di una partecipazione forte, diffusa, e qualificata. Il pubblico ha dato un grande segno di attaccamento e appartenenza che alcuni anni fa si era un po’ sbiadito. Anche in tal senso, le “Colonne”, hanno risvegliato l’identità cittadina. La prima di quest’anno era Traviata, devo dire che per non essere un melomane, non si poteva rimanere indifferenti, anche per l’impatto dell’allestimento. Tante emozioni. C’è inoltre da dire che lo spettacolo ambientato nella Parigi del Novecento, ha confermato la capacità d’innovazione di questa arte, tutt’altro che datata.

Più in generale, a quale titolo d’Opera è maggiormente affezionato?

Direi a quelle che per me, ma penso anche per l’immaginario collettivo, sono le “opere areniane” per eccellenza: Aida e Nabucco. Pochi come Verdi e come questi titoli nello specifico si prestano a un palcoscenico di quella statura. Nel senso che sembrano create apposta per il teatro all’aperto più grande e bello del mondo, i suoi spazi, le sue suggestioni, la sua antica storia.

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